Industria italiana: dove sono i centri strategici?
Mentre Piazza Affari festeggia gli eccezionali risultati delle cedole giunte dalle nostre banche, confermando l’Italia prima in Europa per rendimenti finanziari, il paese reale tira il fiato con fatica, consegnandoci ancora una volta asfittiche previsioni di aumento del PIL, fermo allo zero-qualcosa, ben sotto la metà della media europea. D’altra parte questa contraddizione non risale solo da sempre più difficili equilibrismi macroeconomici, ma discende dall’evidenza di una crisi industriale di cui non riusciamo ancora a definire i limiti.
Automobile, chimica ed acciaio disegnano uno spasmo dell’intero sistema industriale italiano, che si era a lungo illuso di poter vivere solo di piccole imprese, certo specializzate nell’alta qualità ed orientate alla ricerca di nicchie protette in un commercio internazionale in continua espansione, ma oggi costrette a confrontarsi con le spinte protezioniste da parte degli stessi partner storici a partire dagli Stati Uniti.
I dati della produzione industriale ci tolgono queste illusioni. Fatto 100 il 2021, il minimo si registra nel 2020 (89) quando il Covid obbliga tutti i paesi ad una fermata che ghiaccia la manifattura; nei due anni successivi, l’Italia guida la ripresa europea, ma dal 2023 cadiamo sempre più sotto la media UE, fino ad avere oggi una crescita strisciante.
Dopo un 2025, in cui con meno di 380 mila tra auto e veicoli commerciali si è toccato il minimo produttivo da 70 anni, nei primi mesi di quest’anno la produzione sembra recuperare, con una risalita legata ai nuovi modelli, che però non può farci credere di essere fuori dal guado.
Gli impianti Stellantis in Italia, da Pomigliano, a Termoli, stanno vivendo una difficile fase soggetta tuttora a fermi produttivi e ricorso alla cassa integrazione ed incertezza sul futuro, mentre continua a tenere la produzione all’estero, con la Spagna che oggi è l’hub produttivo del gruppo, ma anche sempre più Marocco e Serbia dove vengono spinti i motori elettrici e ibridi a basso costo.
È lecito quindi domandarsi dove sia il centro strategico del gruppo, cioè il luogo delle decisioni e con chi ci si confronta sullo sviluppo produttivo del grande gruppo automobilistico, secondo in Europa appena sotto Volkswagen?
Vale la pena del resto porsi la stessa domanda per la Chimica. La chiusura dell’ultimo cracking in Italia, esplicitando la volontà di uscita dell’Eni dalla chimica di base, ci obbliga ad interrogarci su dove sia il centro strategico del settore? La decisione dell’Eni mette innanzitutto in grave difficoltà l’impianto di Ferrara, oggi di Lyondell Basell, leader a livello mondiale nella produzione di polipropilene e di poliolefine avanzate, ma anche il Centro di Ricerche Natta, che ha sviluppato il processo MoReTec per convertire i rifiuti chimici in materia prima, ma di fatto incide su tutta la filiera produttiva che diviene dipendente da forniture esterne aumentando l’incertezza fino a livelli insostenibili.
Ed infine dov’è il centro strategico dell’acciaio? L’Italia resta il secondo produttore in Europa dopo la Germania e nonostante il gravoso costo dell’energia realizza ancora prodotti ritenuti di alta qualità, ma la vicenda dell’Acciaierie d’Italia e dalla sua cessione a gruppi sempre più lontani non può non porre seri dubbi sul futuro di questo settore così strategico per la manifattura del nostro Paese.
Oggi è forte il rischio dunque che le decisioni strategiche dei settori cruciali stiano al di fuori del nostro Paese, molte certamente in Europa, ma in un’Europa che nelle fasi difficili si tira indietro e dove ognuno riscopre il proprio sovranismo d’antan.
Oggi il nostro Paese ha bisogno di far crescere i nostri campioni, richiedendo che mantengano in Italia il loro centro strategico. Il caso Prysmian, nata dalla Pirelli Cavi e Sistemi, poi acquisita da Goldman Sachs, che infine uscì, e trasformata in public company, leader mondiale nel settore dei cavi, così come il caso Essilor- Luxottica, oggi la più grande impresa al mondo di montature per occhiali, dimostrano che è possibile pur venendo da storie diverse far crescere un ruolo strategico per il nostro Paese. È venuta l’ora di riportare al centro della nostra visione politica il ruolo fondamentale della produzione manifatturiera e della sua capacità dinamica di trainare l’intera nostra economia, ponendo ben chiaro che in questa difficile situazione di incertezza internazionale l’indipendenza del Paese passa anche per le sue fabbriche ed i suoi centri di ricerca.
Patrizio Bianchi