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Evoluzione delle lingue | Quando le parole cancellano le origini. Lo studio Unife riscrive la storia delle lingue bantu

29/07/2026

Scienza, cultura e ricerca

Evoluzione delle lingue | Quando le parole cancellano le origini. Lo studio Unife riscrive la storia delle lingue bantu
Nairobi, Nairobi County, Kenya Maasai dancers in traditional attire performing in Nairobi, Kenya. Vibrant cultural expression. (Adobe Stock)

Per secoli le lingue hanno continuato a scambiarsi parole, fino a cancellare quasi completamente le tracce delle loro origini. È la conclusione di uno studio dell'Università di Ferrara che, applicando modelli matematici derivati dalla genetica delle popolazioni, dimostra perché oggi non sia più possibile ricostruire con affidabilità le prime fasi dell'evoluzione delle lingue bantu, una delle più grandi famiglie linguistiche del mondo, parlata da centinaia di milioni di persone nell'Africa subsahariana.

Lo studio pubblicato sulla rivista PNAS è stato realizzato da Patrícia Santos, Andrea Benazzo e Silvia Ghirotto del Dipartimento di Scienze della vita e biotecnologie dell’Università di Ferrara, insieme al linguista Igor Yanovich dell’Università di Vienna.

Una delle più grandi famiglie linguistiche al mondo

«Le lingue bantu costituiscono una delle famiglie linguistiche più grandi al mondo: comprendono circa 500 lingue, diffuse dal Camerun fino al Kenya, alla Somalia meridionale e al Sudafrica», spiega Silvia Ghirotto, docente dell’Università di Ferrara. «La loro espansione rappresenta uno dei più importanti fenomeni di diffusione linguistica della storia umana. Ricostruirne le prime fasi consentirebbe quindi di comprendere meglio non soltanto l’evoluzione delle lingue, ma anche la storia delle popolazioni che le hanno parlate».

Quando le lingue non evolvono come rami separati

Finora, molti metodi computazionali hanno rappresentato le famiglie linguistiche come alberi: dopo la separazione da un antenato comune, ciascun ramo viene considerato sostanzialmente indipendente dagli altri. Nel caso delle lingue bantu, però, questa ipotesi non è realistica. Le diverse comunità hanno continuato a mantenere contatti, scambiandosi parole e caratteristiche grammaticali anche dopo le prime separazioni.

«Il nostro modello parte da un presupposto diverso: il contatto tra lingue non è un’eccezione, ma una componente normale della loro storia», chiarisce Andrea Benazzo, ricercatore di Unife. «Abbiamo quindi cercato di distinguere il segnale lasciato dalle divisioni più antiche da quello prodotto dai successivi scambi linguistici. È un problema simile a quello affrontato in genetica quando si ricostruisce la storia di popolazioni che, dopo essersi separate, hanno continuato a scambiarsi individui e geni».

Seicentomila possibili storie linguistiche

Il gruppo ha analizzato un dataset composto da 416 liste linguistiche, ciascuna contenente cento parole associate ad altrettanti significati fondamentali. A partire da questi dati sono state simulate 600 mila possibili storie evolutive, confrontando sei diversi scenari relativi alle prime ramificazioni della famiglia bantu. Il metodo combina la teoria della coalescenza, sviluppata nell’ambito della genetica delle popolazioni, con tecniche di inferenza statistica denominate Approximate Bayesian Computation.

«I risultati mostrano che sia il tasso di innovazione lessicale, cioè la sostituzione di parole antiche con forme nuove, sia l’intensità degli scambi tra le lingue sono stati molto elevati», aggiunge Patrícia Santos, ricercatrice dell’Università di Ferrara. «Questi processi hanno indebolito il segnale originario a tal punto che, con i dati oggi disponibili, non possiamo stabilire quale dei diversi scenari proposti descriva realmente le prime fasi dell’espansione bantu».

Un risultato che cambia il modo di leggere i dati

L’impossibilità di ricostruire con certezza l’albero originario non rappresenta dunque un fallimento del modello, ma uno dei principali risultati della ricerca. Lo studio individua infatti la ragione per cui i dati lessicali attuali non consentono di distinguere tra le diverse ipotesi storiche: secoli di innovazioni e contatti hanno sovrapposto nuovi segnali a quelli lasciati dalle prime separazioni.

«Un albero linguistico apparentemente molto preciso non coincide necessariamente con la storia reale», sottolinea Igor Yanovich, linguista dell’Università di Vienna. «Somiglianze che sembrano derivare da un antenato comune possono essere state prodotte anche da contatti successivi. Per questo, soprattutto nel caso delle lingue bantu, i modelli devono tenere conto esplicitamente degli scambi tra le comunità».

Servono più dati sulle lingue africane

Lo studio richiama infine l’importanza di investire nella documentazione delle lingue africane. Per alcune lingue bantu sono disponibili soltanto brevi liste di parole, mentre anche piccoli errori nell’individuazione dei termini con un’origine comune possono ridurre sensibilmente l’affidabilità delle ricostruzioni.

«Per comprendere meglio questa storia saranno necessari non soltanto modelli statistici più raffinati, ma soprattutto dati linguistici più completi e nuove ricerche sul campo», conclude Ghirotto. «Studiare il contatto tra lingue significa ricostruire le relazioni tra le comunità umane: scambi, migrazioni e convivenze che hanno lasciato nelle parole tracce profonde, anche quando quelle più antiche non sono più direttamente riconoscibili».

da sinistra, Andrea Benazzo, Silvia Ghirotto e Patrìcia Santos dell'Università di Ferrara.

Da sinistra: Andrea Benazzo, Silvia Ghirotto e Patrìcia Santos dell'Università di Ferrara.

Per saperne di più

L’articolo Treating language contact as normal: Coalescent-theoretic modeling of the prehistory of the Bantu language family è stato pubblicato il 28 luglio sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS).
Le autrici e gli autori sono: Patrícia Santos, Andrea Benazzo, Silvia Ghirotto e Igor Yanovich.