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Generazione Z al CTU | Il racconto di Filippo e Jonathan, studenti Unife

25/05/2022

Persone

Generazione Z al CTU | Il racconto di Filippo e Jonathan, studenti Unife

Nati a cavallo del nuovo secolo, tra il 1995 e il 2010, hanno oggi intorno ai 20 anni: sono le ragazze e i ragazzi della cosiddetta “Generazione Z”. Sui loro disagi personali e collettivi nel relazionarsi in società, dalle difficoltà del percorso universitario alla solitudine marcata in un mondo sempre più connesso dai social e aggravata da due anni pieni di pandemia, ha indagato il progetto teatrale Bruxis, promosso dal Centro Teatro Universitario di Ferrara e condotto dalla compagnia Berardi-Casolari. Il laboratorio, svoltosi all’Ex Teatro Verdi, è stato un percorso di formazione laboratoriale che rappresenta un’importante offerta extra curricolare e culturale di Unife.

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Attraverso l’utilizzo di tecniche teatrali varie, principalmente facenti capo alla tradizione della figura dell’attore-autore, e attraverso la pratica di esercizi sviluppati sul tema della cecità, i ragazzi sono stati incentivati a sviluppare uno sguardo nuovo sulla realtà, mirato a creare coesione e empatia.

Sotto la guida di Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari e coordinato da Gerardo Guccini (Università di Bologna), le idee dei partecipanti e le loro suggestioni istintive sono state, così, trasformate in veri e propri materiali scenici e infine in una rappresentazione finale.

Abbiamo incontrato due degli studenti che hanno preso parte al progetto, Jonathan Cossu, studente fuorisede dalla Sardegna al terzo anno di lingue a Unife e Filippo Panarese, studente di Medicina di Ferrara.

Ecco cosa ci hanno raccontato.

Ciao Filippo, ciao Jonathan, raccontateci cosa ha rappresentato per voi partecipare al Laboratorio del Centro Teatro Universitario.

Jonathan: Ho cominciato questo percorso per curiosità. Ho scoperto un’esperienza che mi ha supportato non solo negli studi ma anche, e soprattutto, a livello personale.

Filippo: Sicuramente questa esperienza è stato un modo per andare oltre esami e crediti universitari e per esplorare altre strade come quella della crescita personale. Io sono iscritto al quinto anno di medicina ed essendo rimasto un po’ indietro a causa di un problema di salute mi sono sentito un po’ abbandonato a me stesso e ho voluto urlare queste mie difficoltà nel monologo finale dello spettacolo. L’esperienza di teatro ha rappresentato uno sfogo e un modo per comunicare sensazioni e stati d’animo che tendiamo a tenere nascosti in un contesto protetto dove nessuno si sentiva giudicato.

Cosa vi ha spinto a partecipare al progetto? Come lo avete scoperto e cosa vi ha incuriosito?

Jonathan: Mi ha coinvolto un’amica e dopo l’incontro della prima sera ho deciso di prendere parte al percorso. Mi ha convinto il fatto che fosse un’esperienza non convenzionale, senza copione e senza personaggi, ma con al centro il racconto autobiografico di noi stessi. Un viaggio nel nostro ‘io’ più nascosto.

Filippo: il CTU fa parte dell’offerta extracurricolare di Unife. Io avevo già avuto esperienza di teatro alle superiori e so che è un buon modo per tirare fuori la mia parte nascosta. È il contesto giusto per esprimersi per le persone introverse come me e a distanza di anni si è rivelato un aiuto concreto per supportarmi nel percorso universitario.

Su cosa si è concentrato il percorso fatto nell’ambito del laboratorio teatrale, culminato poi nella rappresentazione?

Jonathan: la rappresentazione finale era già prevista fin da subito ma non pensavo avremmo dovuto dire così tanto di noi. Ma non mi sono sentito forzato a tirare fuori le mie sensazioni, è stato fatto tutto seguendo le tempistiche di ognuno affinché fossimo pronti a condividere e affrontare esperienze difficili della nostra storia. 

Filippo: tanti sono stati esercizi di percezione del nostro corpo, come meditazione, yoga e respirazione. Abbiamo allenato anche la memoria e il pensiero, elementi che nel teatro sono fondamentali per ricordarsi le battute ed immedesimarsi nella storia e nelle emozioni del personaggio da interpretare.
Una parte importante del percorso è stato dedicato poi alla relazione con gli altri. Questo ci ha permesso di far conoscenza con gli altri partecipanti al corso in maniera atipica, partendo dalla condivisione di pensieri profondi e andando poi verso la superficie, capovolgendo le usuali dinamiche.

Un progetto che tratta i disagi che la “Generazione Z” affronta nel relazionarsi con la società, un argomento attuale e delicato, quanto vi siete sentiti coinvolti?

Jonathan: la prima cosa che abbiamo urlato nella rappresentazione è stato il nostro nome, come a voler ricordare che esistiamo. Uno dei maggiori problemi dei giovani oggi è il sentirsi soli e il dover trovare il modo di relazionarsi con gli altri, in particolare con il mondo degli adulti che ci vede come la generazione senza pensieri, che ha tutto senza fatica ma che in realtà affronta molti disagi, soprattutto a livello psicologico. L’esperienza fatta ha voluto in primis creare un gruppo connesso e coeso, come se fossimo parti di uno stesso corpo. Ci siamo aiutati e non è stato lasciato nessuno indietro, provando empatia l’uno per l’altra sentendoci meno soli.

Filippo: in un mondo in cui siamo sempre più connessi grazie ai social ma che porta a una disconnessione con la realtà un’esperienza di questo tipo ha riportato a relazionarci con gli altri in maniera più profonda. Abbiamo potuto cogliere sfumature della personalità dei nostri compagni e di noi stessi in un percorso che ci ha portato ad avere più consapevolezza. Condividere i nostri disagi ci ha fatto prendere atto che non siamo gli unici a provarli e che quindi non siamo noi sbagliati ma è un problema che hanno anche altri. Avere quindi il coraggio di condividerli è un passo importante verso il miglioramento. Ci fa sentire meno inadeguati.

L’indagine condotta nel corso del laboratorio tocca il vostro vissuto. Avete scoperto o approfondito dei lati del vostro ‘io’ che non conoscevate?

Jonathan: più che approfondire il mio ‘io’ sento che quest’esperienza mi ha aiutato a sviluppare come vedere le cose da un punto di vista esterno. Smettere di concentrarsi su di sé ed essere un po’ più altruisti. Distaccarsi a volte dal nostro vissuto e visionarlo da un altro punto di vista consente di non esserne completamente alienato. Vedersi con altri occhi serve a migliorare la propria percezione e ridimensionare le problematiche che ci rallentano e ci bloccano.

Filippo: personalmente ho riscoperto la mia grinta che si era assopita. Quella che ho avuto per affrontare le difficoltà fino a qui. Ho anche sviluppato una maggior consapevolezza e un maggior controllo di me stesso che mi aiuta ad affrontare i fallimenti e a non vederli come se crollasse il mondo ma come degli stimoli a crescere e a trovare il modo giusto per riprovare e trovare la giusta via da intraprendere. Ho rivissuto esperienze passate dolorose con occhi più maturi e consapevoli che mi aiuteranno a lavorare su certi aspetti della mia personalità.

Consigliereste questa esperienza ad altre ragazze/i?

Jonathan: Assolutamente. Quella del CTU è un’esperienza formativa al di là degli esami e delle lezioni. Un focus sulla tua personalità che è utile per migliorare le tue soft skills, parte importante oltre alle competenze tecniche che derivano dalla didattica. Un’offerta come questa rende l’Università adatta a preparare i giovani per il mondo, non soltanto quello del lavoro.

Filippo: Certamente sì. È un’esperienza utile per mettersi in gioco, ampliare i propri orizzonti e conoscere altre persone. Con qualcuno penso di poter stringere dei legami e approfondire la nostra conoscenza.

C’è qualcosa che ancora vorreste dire?

Jonathan: ho vissuto questo percorso come una rivincita e una sorta di recupero dei primi due anni di università segnati dalla pandemia che quindi mi ha privato delle esperienze universitarie che speravo di vivere. Sono contento quindi di aver avuto questa occasione che ho trovato utilissima e che mi ha fatto riprendere i contatti con il bello della vita universitaria.

Filippo: penso che sarebbe importante che il CTU e attività simili venissero pubblicizzate di più anche nei dipartimenti di discipline scientifiche. Io sono stato un partecipante un po’ atipico perché la maggior parte dei ragazzi che di solito partecipano a queste iniziative vengono da corsi umanistici. Invece secondo me in un lavoro come quello che voglio fare io, cioè il medico, l’empatia e la capacità di stabilire un contatto umano è fondamentale. Inoltre a tutti i ragazzi della nostra età serve un supporto e un approccio con esperienze di crescita personale simili a questa.

Intervista a cura di Matteo Bellinazzi, tirocinante dell'Ufficio Stampa, Comunicazione Istituzionale e Digitale

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