Notizia

Biodiversità marina | Unife insieme ai pescatori per la salvaguardia di mare, pesca e acquacoltura nelle lagune

07/08/2021

Scienza, cultura e ricerca

Biodiversità marina | Unife insieme ai pescatori per la salvaguardia di mare, pesca e acquacoltura nelle lagune

Tutelare il mare come ambiente, non solo per proteggere la biodiversità degli ecosistemi marini, ma anche per offrire un habitat ideale per le attività di pesca e acquacoltura.

Con questo importante obiettivo l’Università di Ferrara, insieme ai miticoltori di Scardovari e Pila e ai pescatori di Chioggia, sta lavorando a un progetto promosso da Coldiretti Rovigo Impresa Pesca e realizzato dall’Ateneo, che ha preso il via nel 2018 e che ora si sta avviando verso la conclusione.

Il progetto “Ripristino di ambienti marini incrementandone la biodiversità con la partecipazione di pescatori” rientra nelle iniziative finanziate dalla Regione Veneto attraverso il fondo europeo Feamp 2014-2020 per lo sviluppo eco-sostenibile della pesca e acquacoltura.

Tra gli obiettivi anche trasmettere una maggiore conoscenza agli operatori della pesca, aumentando la consapevolezza dell’importanza di un ambiente sano e salubre per la riproduzione dei prodotti del mare in modo da aumentarne il valore.

Le azioni sul campo hanno coinvolto i sub di Essetre di Vigonza, due cooperative di mitilicoltori polesane e i pescatori di Chioggia, che hanno sondato alcuni impianti di mitilicoltura in mare per pulire ciò che i corpi morti degli impianti di cozze ancorano.

L’Università di Ferrara si è occupata invece del monitoraggio qualiquantitativo, coordinato da Michele Mistri, Professore ordinario di ecologia di Unife, coordinatore del corso di laurea in Tecnologia agrarie e Acquacoltura del Delta e membro del comitato scientifico del Laboratorio Terra&AcquaTech del Tecnopolo estense.

“Purtroppo è stata recuperata una quantità estremamente rilevante di materiali: 3000 kg nella zona di Scardovari, 2900 kg nella zona di Pila e circa 3600 kg nella zona dell’Alto Adriatico. La tipologia di rifiuto è distribuita: il grosso è prodotto dalle attività di pesca e mitilicoltura, il resto è veicolato dalle acque continentali. Questo perché la zona riceve tutte le acque dei fiumi Adige e Po; basti pensare che il 36% è costituito da legname. Nei fondali, invece, è stato recuperato materiale proveniente dalle retine usate negli impianti di cozze, portate principalmente dalle mareggiate”, spiega il Professor Mistri.

Unife ha analizzato in laboratorio i campioni, in modo da definirne la struttura, attraverso una specifica procedura con l’impiego di un raggio laser che emette uno spettro in grado di identificare l’origine delle molecole analizzate.

“I polimeri rilevati sono per il 72% polipropilene, l’8% poliestere, il 10% polietilene, e il restante altri polimeri provenienti dai più disparati oggetti comuni, tra cui anche le mascherine. Dopo aver visto la composizione, dei materiali raccolti, abbiamo osservato come circa 5 tonnellate siano riconducibili alle calze dei mitili, 1,5 tonnellate legate alle attività di pesca, 1 tonnellata agli attrezzi da pesca e oltre 1 tonnellata al legname”.

Sono due le cause di questa consistente presenza di rifiuti: il mare Adriatico ha una circolazione di tipo ciclonico e di conseguenza tutto ciò che viene trasportato dalle acque continentali finisce in questa zona. Il secondo fattore è legato al clima con la sempre maggiore frequenza di mareggiate, che causano gravi danni alle strutture presenti nelle superfici adibite a mitilicoltura offshore, staccando parti di impianti e disperdendole in mare. La soluzione a questa problematica secondo Mistri sta nel passaggio da un’economia lineare a una circolare anche per le attività ittiche.

“Oltre il 50% di rifiuto recuperato è costituito da un unico polimero (polipropilene). Stiamo già lavorando per trovare una tecnologia semplice e a basso impatto ambientale per ripulire questi materiali di scarto, prevalentemente da alghe e gusci, in modo da consentirne il riutilizzo nell’ottica di un’economia circolare”. 

A cura di LUCIA MASCOTELLI, studentessa del Master in Giornalismo e comunicazione istituzionale della scienza