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In occasione della scomparsa, il ricordo del legame tra Folco Quilici e l'Ateneo di Ferrara

In occasione della scomparsa, il ricordo del legame tra Folco Quilici e l'Ateneo di Ferrara

L'inaugurazione della mostra di Mimì Buzzacchi

Il ricordo di Andrea Maggi e di Daniele Seragnoli


Un rapporto forte, familiare e intimo ha legato e lega Folco Quilici e la sua famiglia alla nostra Università.

Il Padre Nello, giornalista, direttore del “Corriere Padano”, dalla cui costola nacque “Nuovi problemi di politica, storia ed economia",  è stato docente di storia politica moderna nel  nostro Ateneo e fornì sempre un contributo attivo alle varie iniziative universitarie. Ricordo come fu proprio Nello a far sì che Ferrara fosse designata sede del secondo convegno di studi sindacali e corporativi di Ferrara del 1932, convegno che ancor oggi è oggetto di attenzione storiografica in quanto fu forse la più vivace occasione di discussione sul corporativismo.

La Madre, Mimì Buzzacchi, una delle più delicate e interessanti artiste del Novecento nel campo della pittura e dell’incisione, nel 1965, con un atto di sentita generosità, donò all’Ateneo oltre trenta opere, tra disegni ed oli. Una testimonianza certamente di grande affetto per Ferrara e la sua Università, ma anche il segno concreto della volontà da parte dell'artista, di creare un legame duraturo con l'Ateneo. Nel 2006 l’Università le rese omaggio con la Mostra “Disegni Ferraresi (1923-1963) nella raccolta dell'Università di Ferrara” allestita nel Salone dei Passi Perduti di Palazzo Renata di Francia. Per molti ferraresi fu la  scoperta di una pittrice di sentimenti e di sensibilità straordinaria,  per l’Ateneo un  ringraziamento non solo all’artista,  ma ad una intera famiglia così intimamente legata alla città di Ferrara e alla sua vita culturale ed artistica.

Folco Quilici “autore di una produzione cinematografica, letteraria e giornalistica che ha assunto caratteri di eccezionalità per qualità e quantità”, ricevette nel 2003 – relatore Daniele Seragnoli  -  la laurea honoris causa in Operatore del turismo culturale e fu sempre vicino e attento alle vicende della nostra Università.

Ricordo le sue frequenti visite in Ateneo e in città. Tra queste particolarmente emozionante  per me fu quando nel 2015 in un affollatissimo incontro a Palazzo Roverella, insieme a Anna Maria Quarzi, Direttrice  dell’Istituto di Storia Contemporanea,  Francesco Scafuri, Responsabile dell’Ufficio Ricerche Storiche del Comune e a Massimo Masotti, Presidente dell’Associazione De Humanitate Sanctae Annae e Maria Grazia Campantico di Unife ebbi modo di dialogare con Quilici su aspetti legati alle sue opere letterarie e cinematografiche, con particolare riferimento al rapporto con la città di Ferrara e l’Università. Quell’incontro  si chiamava “Ferrara nel cuore”. E Quilici, con il suo garbo,  con la cifra signorile che lo contraddistingueva, incantò tutti noi. Ci raccontò di aver avuto una vita avventurosa, di aver percorso milioni di chilometri, esplorato centinaia di paesaggi in tutto il mondo, girato  decine di documentari e  film ambientati in luoghi che oggi non esistono più, ma di aver avuto sempre Ferrara nel suo cuore.

 

 

Andrea Maggi

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“È stato uno dei più grandi documentaristi mondiali, capace di tradurre in immagini spettacolari e parole, contenuti scientifici che altrimenti non sarebbero mai arrivati al grande pubblico”.

Basterebbero queste parole di Federico De Stroebel, vicepresidente della Historical Diving Society Italia, per ricordare un Maestro indiscusso e probabilmente oggi insuperabile come Folco Quilici.

Ho la fortuna di appartenere alla generazione che dopo essersi “immersa” da adolescenti nelle azzurre profondità oceaniche di “Ti-Koyo e il suo pescecane” visto al cinema, volava letteralmente sotto la sapiente guida del regista su città e regioni grazie alla serie “L’Italia vista dal cielo” realizzata da Quilici dalla fine degli anni Sessanta in poi.

Era l’epoca della televisione in bianco e nero, senza la pletora delle centinaia di canali “spazzatura” odierni, e senza i milioni di immagini e informazioni offerti oggi dalla rete internet.

Eppure, o forse proprio in virtù di quella “povertà”, si aspettava il susseguirsi delle puntate che facevano conoscere agli italiani bellezze e segreti della loro terra, offrendo viaggi per molti impossibili e impensabili all’epoca, inducendo a immaginare i colori oltre il bianco e nero dello schermo televisivo.

Bastava davvero poco per sognare.

Oggi conosciamo il successo di quella serie e abbiamo piena consapevolezza degli autori dei commenti. Tra i quali Italo Calvino, Guido Piovene, Cesare Brandi, Mario Praz, Michele Prisco, Ignazio Silone, Mario Soldati, vale a dire i più significativi letterati e storici d'arte di quel tempo.

Il lavoro globale di un vero Maestro, formatore ed educatore, come Quilici è stato, non di un “semplice” documentarista o autore di centinaia di film e volumi a carattere culturale.

Soprattutto affascinanti, non accademicamente noiosi.

 

Appartenendo dunque a quella generazione che aveva fantasticato sull’elicottero in volo fu dunque un piacere e un onore, come si è soliti dire, quando mi fu chiesta la prolusione in occasione del conferimento della laurea honoris causa in Operatore del Turismo culturale a Folco Quilici nel 2003. Si realizzava la possibilità di stringere finalmente la mano e conoscere lo scrittore, il visionario della macchina da presa, al quale mi accomunava la passione per i romanzi di Emilio Salgari, di Stevenson e altri simili autori di avventura e viaggio, oltre ai volumi della Scala d’Oro, una delle più importanti collane di libri per ragazzi del Novecento che avevo più o meno “divorato” usufruendo della minuscola ma ben fornita biblioteca della mia scuola elementare di provincia. Così come avevo successivamente fatto scorribande tra le immagini dei volumi di Quilici nella ben fornita prima biblioteca ragazzi pubblica della mia città di origine.

 

Una persona “semplice”, Quilic,i e dotato di ironia, per come l’ho conosciuto. Non poteva essere che così. Per questo si divertì quando, nel corso della prolusione, lo accomunai ad altri due “visionari” del viaggio e di inconsuete avventure come il sedentario Emilio Salgari, naturalmente, e come Carl Barks, il creatore dei paperi disneyani spesso scaraventati in foreste tropicali e asiatiche, tra i ghiacci del Klondike, castelli e laghi scozzesi, giungle africane, l’Atlantide, l’Amazzonia, il Tibet e altri paesi dell’estremo oriente, in fumetti montati con gusto documentaristico e cinematografico. Un altro sedentario, il californiano Barks, che aveva superato i confini degli Stati Uniti solo a novant’anni, a differenza di Folco Quilici che ha percorso centinaia di migliaia di chilometri facendoci imparare e soprattutto, dote rara, conoscere col piacere dell’immaginario fantastico.

Ci ha insegnato il rapporto tra l’uomo e la natura (vera radice culturale degli individui), il rispetto dell’ambiente e delle relazioni – anche umane – che ogni ambiente genera. Mai incline alle mode e inventore di uno stile di sobrietà culturale, lontano da banalità e stereotipi, artefice di una divulgazione di alto profilo ben distante da tanto consumismo e ripetitività di generi e immagini contemporanei.

 

“Come è profondo il mare”, cantava Lucio Dalla, di cui il 4 marzo ricorre l’anniversario della nascita. Ma prima del leitmotiv ripetitivo cantava anche, tra gli altri versi: “Frattanto i pesci, dai quali discendiamo tutti, assistettero curiosi al dramma collettivo di questo mondo che a loro indubbiamente doveva sembrar cattivo, e cominciarono a pensare, nel loro grande mare, com'è profondo il mare, nel loro grande mare”.

E finiva con: “Chi comanda non è disposto a fare distinzioni poetiche, il pensiero come l'oceano non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare; così stanno bruciando il mare, così stanno uccidendo il mare, così stanno umiliando il mare, così stanno piegando il mare”.

La profondità del mare, appunto, dell’oceano, il Sesto Continente, come lo aveva definito Quilici, oggi deturpato in un mondo alla deriva.

Non lo vedremo più nella sua integrità, al pari dei deserti, delle foreste, delle città annullate e sfigurate per mano dell’uomo nell’indifferenza di molti, di troppi.

Ci restano però poesie e musiche di canzoni, libri e immagini filmate.

Non è poco quello che i maestri, certi Maestri, ci hanno lasciato, facendoci pensare.

Facciamolo durare e riprendiamone l’esempio e la lezione.

La felicità non è uno smartphone o un selfie, ma soprattutto la durata delle immagini che scavano in profondità. Anche quelle di una obsoleta tv in bianco e nero o di documentari a colori che nessuna catena di sale cinematografiche popolata da ruminanti oggi si sognerebbe di proiettare.

 

Grazie, Folco, per avercene fatto dono.

 

“Il pensiero, come l’oceano, non lo puoi bloccare”…ù

 

Daniele Seragnoli