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Sui Scientific Reports di Nature uno studio con contributo Unife sull'attività eruttiva dell'Etna

Come si origina e sviluppa l’attività eruttiva dell’Etna? Qual è il ruolo e l'effetto del continuo flusso di gas in tale dinamica?

Getta una nuova luce su queste domande un articolo pubblicato sui Scientific Reports di Nature a firma di un gruppo di ricercatori dell’Osservatorio Etneo INGV (Giuseppe Salerno, Valentina Bruno, Mario Mattia, Tommaso Caltabiano e Danila Scandura) e delle Università di Catania (Carmelo Ferlito) e Ferrara (Massimo Coltorti) (Dome-like behaviour at Mt. Etna: The case of the 28 December 2014 South East Crater paroxysm”).

Il lavoro evidenzia che, diversamente da quanto comunemente accettato dalla comunità scientifica, l’attività eruttiva all’Etna può manifestarsi anche senza l’arrivo di magma dal profondo, ma solo per effetto del continuo flusso di gas che surriscalda le rocce della parte apicale del cono craterico.

L’attività eruttiva dell’Etna si concretizza, nel caso analizzato in questo lavoro (eruzione del 28 dicembre 2014), con un collasso di parte del Cratere di Sud-Est e con il successivo “richiamo” di magma per effetto della conseguente decompressione.

Da qui l’analogia con i vulcani esplosivi, caratterizzati da collassi dei “duomi”.

La ricerca rivisita i dati ottenuti dal monitoraggio del vulcano siciliano e apre la strada a una revisione degli attuali modelli interpretativi dell’attività eruttiva dell’Etna e dei vulcani basaltici in generale, riducendo il rigido confine, finora tracciato, tra vulcani “esplosivi” (di tipo andesitico) e vulcani “effusivi” (di tipo basaltico).

L'articolo rivaluta inoltre il ruolo dei gas che, oltre a rappresentare un fattore primario nella dinamica eruttiva, vengono proposti come vero e proprio “motore termico”.

I gas sono dunque capaci di alterare la stabilità dei coni eruttivi, indipendentemente dalla risalita di magma, con tutte le possibili ricadute per l’analisi della pericolosità vulcanica.